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Quando fumare la pipa col cul* ti salvava la vita: la surreale storia del clistere di fumo di tabacco

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di Pasquale Amoruso 

Oh mammina! Allora, c’è stato un tempo, nel periodo dell’illuminismo medico, in cui si riteneva la pipa un dispositivo medico salvavita, un’epoca, a cavallo tra il ‘700 e l’800, in cui era ferma convinzione che soffiare fumo di tabacco nel sedere di un annegato potesse rianimarlo. Intorno a questa teoria, che non era una banale credenza popolare ma una granitica tesi medica scientifica, nacque persino uno strumento, il Clistere di Fumo di Tabacco, usato come uno dei primi tentativi di rianimazione cardiopolmonare nei soggetti vittime di annegamento.

Già dai tempi di Colombo, il tabacco in Europa è stato considerato un rimedio medico, ma la “fortunata” diffusione dei clisteri rettali a base di fumo di tabacco si deve a Richard Mead, medico inglese che nel 1745 ne promosse l’utilizzo per la rianimazione delle vittime di annegamento. Non esattamente un ciarlatano, anzi tutt’altro, Mead fu un medico di tutto rispetto: scoprì la natura parassitaria della scabbia, fu precursore della moderna pediatria e divenne medico personale di re Giorgio II. Eppure, proprio al dottor Mead si riconosce uno dei primi casi documentati di rianimazione tramite clisteri di fumo di tabacco. L’idea “scientifica” alla base di questa tecnica avanguardistica era che il fumo funzionasse come stimolante interno, asciugando l’eccesso di umidità nel corpo e nei polmoni e riattivando entrambi.

Ancora, un resoconto di cronaca del 1746 della città di Londra narra di una donna, rinvenuta priva di sensi nel Tamigi, che fu riportata in vita grazie all’intervento di un marinaio di passaggio. Nonostante fossero accorsi diversi soccorritori per provare rianimarla, ogni tentativo risultava vano. Alla fine intervenne un marinaio: l’uomo inserì il cannello della sua pipa di argilla nel retto della donna, il fornello della pipa fu coperto con un pezzo di carta perforata ed il fumo soffiato forte. La donna si riprese.

Ebbene, se oggi, davanti a una donna annegata, un passante dicesse: “Ehi, provate un po’ a soffiarle il fumo nel culCENSURA, i presenti lo allontanerebbero, credendolo pazzo o ubriaco, negli anni Ottanta del Settecento, invece, la faccenda venne presa maledettamente sul serio, al punto che la Royal Humane Society, una società fondata nel 1774 proprio per il salvataggio delle (numerosissime) vittime di annegamento nel Tamigi, prese l’iniziativa di installare, in diversi punti cruciali lungo il fiume, kit di salvataggio per i clisteri di fumo di tabacco, oltre a coperte di lana e campane d’allarme per chiamare i soccorsi.

Badate bene, questo metodo era ritenuto talmente efficace che si credeva non si limitasse banalmente ad aiutare i moribondi a riprendersi, ma fosse addirittura in grado di resuscitare i morti per annegamento, purché morti da poco, s’intende. Beh’, certo, il tabacco non fa miracoli.

Agli albori del XIX secolo, l’insufflazione rettale di fumo di tabacco era ormai una procedura saldamente radicata nella medicina occidentale, tant’è che si trovano casi documentati anche in Italia nelle cronache cittadine e mediche lungo il Po e a Venezia.

Per un periodo, i cittadini di Londra credettero sinceramente che il fumo della pipa, somministrato in questo modo inusuale, potesse riportare in vita i i morti, ma col passare del tempo, e l’evidenza della sua effettiva inefficacia, il metodo fu gradualmente abbandonato. Oggi di quella pratica rimane traccia in un popolare modo di dire inglese: “Blow smoke up one’s ass”, soffiare fumo nel sedere di qualcuno, cioè mentire a qualcuno facendogli credere di star perseguendo il suo bene. Molto simile al nostro: “Farsi prendere per il cu…”

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