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Il fascino discreto della borghesia. Non è uno sport per gentiluomini, parte II

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Di Pasquale Amoruso

La pipa, dunque, nasce come fumapoveri, Nell’articolo precedente (puoi leggerlo qui), abbiamo visto come fosse uno strumento di fumo per le masse. Un oggetto tutto sommato povero che permettesse di poter fumare anche a chi non poteva permettersi gli elaborati e costosi sigari. Realizzato in terracotta o in legni non proprio nobili come bosso, melo. Sì, cerano le pipe in schiuma, intagliate e scolpite, o le porcellane miniate e pittate, appannaggio delle classi privilegiate, ma erano un po’ quello che una penna Mont Blanc è rispetto a una Bic: in somma, i nobili avevano pipe in sepiolite e porcellana, ma poi spesso pure loro fumavano in churchwarden di terracotta o ceramica, mentre la media borghesia fumava prevalentemente in terracotta o schiuma.

Nel 1856 la “scoperta” della radica e del trattamento per prepararla rivoluzionarono il modo di realizzare e di fumare la pipa, non a caso da qui si parla di concezione della pipa moderna.
Il ciocco, la porzione di legno che l’arbusto di erica sviluppa immediatamente sotto la superficie del terreno, e da cui si lavorano le pipe, era un prodotto di scarto e non intendo solo da parte degli artigiani, ma proprio era uno scarto della pianta. Non tutti gli esemplari di erica arborea, infatti, sviluppano il ciocco di radica, i botanici ritengono sia la conseguenza di una lesione traumatica subìta dalla pianta, una sorta di tumore, va’.

Questo ciocco di radica, in passato, semplicemente veniva scartato, non era buono nemmeno per essere venduto come legna da ardere e il perché è tutto dire: curiosamente e banalmente, non brucia.
Un momento, ma vuoi vedere che se non brucia…? A quel punto, scarto per scarto, proviamo a farci le pipe.
Così venne fuori che le pipe realizzate con quella porzione della pianta, opportunamente bollita e stagionata, erano fantastiche.

Intanto il ciocco era pesante, il che vuol dire maggiore densità. Poi, a differenza dei legni usati fino ad allora, ricavati dal fusto, dove le fibre si sviluppano in maniera parallela e allineata, la natura traumatica, “patologica”, del ciocco faceva sì che le fibre si sviluppassero in maniera contorta, intrecciate tra loro, il che vuol dire maggiore compattezza e resistenza al fuoco (sì, vabbè, oltre a questa particolare conformazione delle sue fibre, l’erica è più resistente al fuoco per un elevato contenuto di anidride silicica, naturalmente presente nel legno di questa pianta, ma non so se questo lo sapessero già, a metà ‘800). In più, essendo un prodotto di scarto, costava poco e all’epoca c’era una grande abbondanza di erica arborea in Europa.

La radica rivoluzionò il modo di fare la pipa, la relativa economicità del materiale e l’alta qualità del prodotto finito fecero alzare immediatamente una forte richiesta di pipe in radica. La necessità di soddisfare l’enorme richiesta di mercato non diede tempo alla pipa in radica di sviluppare una ampia fase artigianale, prima del passaggio alla fabbrica.

Voglio dire, a differenza, per esempio, della tessitura, per cui ci sono voluti seimila anni di produzione artigianale, prima che si arrivasse all’industria tessile, per la pipa moderna il processo di industrializzazione è stato al fulmicotone: nel 1856 la “scoperta” della radica, nel 1890 (la ditta Rossi è stata fondata nel 1886) la produzione industriale è già attiva e preponderante. La fase di esclusiva produzione artigianale, dunque, per la pipa in radica è di appena trent’anni circa.

Immediatamente, molte delle prime botteghe artigiane si convertirono in industrie (Peterson, Comoy, Savinelli). Tra il 1860 e il 1890 sorsero le manifatture di Saint Claude, in Francia, Manchester, nel Regno Unito, e il polo del varesotto, in Italia. Entro i primi anni del ‘900 e la richiesta mondiale era talmente alta che i dipendenti delle ditte cominciarono a fondare sotto ditte che in un primo momento vendevano all’azienda madre lavoro in subappalto, per poi divenire terziste a tutti gli effetti, ed erano tutti felici!

Ancora fin qui la pipa era sinonimo di umiltà. Badate bene, non bruttezza, umiltà: c’era ricerca, c’era innovazione, c’era stile, ma erano limitati, essenzialmente, dalla richiesta del mercato. La pipa era ancora un prodotto destinato alle classi più basse, non pensato per il collezionismo. Fumare la pipa era più economico che fumare sigarette. Era un prodotto talmente umile che, durante la prima guerra mondiale, la ditta Bianchi, di Gavirate (poi Ròvera e oggi Gigi Pipe), firmò un contratto di fornitura con l’Esercito Italiano, per dotare ogni soldato di una pipa. Voglio sottolineare questo concetto: durante la prima guerra mondiale i soldati italiani combattevano con le scarpe di cartone, non avevano i proiettili per i fucili ma ciascuno aveva in dotazione una pipa e razioni di tabacco.

E poi cos’è successo? Come ha fatto la pipa, da essere un oggetto per le masse, a diventare un’arte per gentlemen?

A differenza della sua diffusione alla nascita, la sua trasformazione in oggetto di culto è stata lenta e dettata da diversi fattori, uno dei primi fu Alfred Dunhill.
Il vecchio Alfie era un un rivenditore di abbigliamento e accessori per autoveicoli che nel 1904 brevettò la “windshield pipe”, ovvero la pipa col parabrezza, che potesse essere fumata mentre si guidava un’automobile. Alle soglie del nuovo secolo i possessori di auto erano pochi e ricchi, perciò Dunhill, che non era stupido, pensò di offrire strumenti da fumo che non fossero fumapoveri. Nel 1921, la Alfred Dunhill Ltd. che intanto era diventata una tabaccheria di lusso, ricevette dal principe Edward del Galles (successivamente re Edoardo VIII) il Royal Warrant of Appointment, una sorta di patente che lo designava come fornitore ufficiale della Corona inglese.

Oh, sia chiaro, Edward fumava sigarette e per quelle Dunhill prese il mandato reale, ma parallelamente, concentrandosi sulla produzione di oggetti da fumo di lusso e contando su artigiani del calibro di Joel Sasieni, con cui poi entrò in conflitto, Dunhill andava piano piano imponendosi come fornitore per gentiluomini. Riforniva Churchill (sigari) o Rockfeller (sempre sigari) e nel Regno Unito si diffuse la convinzione che se fumavi articoli Dunhill eri un uomo di successo. L’attenzione che aveva attirato attorno al mondo del fumo lento e la competizione con aziende concorrenti che aveva favorito erano tali da contribuire alla svolta dell’industria inglese delle pipe verso un sinonimo di eccellenza e lusso, al punto che 20 anni dopo, negli anni ’40, Poul Nielsen, per ampliare la richiesta delle sue pipe, chiamò la propria manifattura di pipe danesi con un nome inglese: Stanwell.

La sola spinta di Dunhill, però, non bastò a smontare il concetto di pipa come fumapoveri, sì, ok, la Gran Bretagna faceva pipe per ricchi, ma l’industria italiana ancora saturava il mercato e questo proseguì fino alle soglie del secondo conflitto mondiale: nel 1936 la manifattura pipe Rossi, sfornava 40mila pipe al giorno ( sono 27 pipe al minuto) ed esportava in tutto il mondo.

Poi arrivò la guerra, la guerra portò gli americani, gli americani portarono le sigarette industriali. Ma anche questa, se permettete, è una storia per la prossima volta. (Continua…)