Quando una pipa si spezza. Addio a Massimo Palazzi
di Pasquale Amoruso
Se mai voleste sapere chi era Massimo Palazzi, chi era veramente Massimo Palazzi, guardate le sue Anatre. Quando nel luglio del 1981, Sandro Pertini visitò le Marche, fermatosi a Pesaro, volle una pipa di Massimo Palazzi.
Scorza dura, vagamente scontroso, di poche parole, un uomo riservatissimo e instancabile lavoratore, lo avreste definito l’incarnazione della serietà, e invece le sue pipe raccontano di una persona diversa.
Lasciamo per un attimo tutti gli aneddoti che si raccontano su di lui (e sono davvero tanti). Decisamente pesarese (formatosi nei laboratori di Ser Jacopo e Ceppo), Massimo andò oltre lo stile neoclassico della Scuola Pesarese. Le sue pipe erano divertenti, non c’è altro modo di definirle. Sì, pregevole fattura, sì, ottima radica, e decisamente sì, merito anche di Andrea Pascucci, suo socio ne L’Anatra dalle uova d’Oro, ma le forme raccontano di Massimo una estrema volontà di sorprendere, di divertire.
La “schiacciatura” della vera in corno o i fornelli sfaccettati, recuperati dai margini della scuola pesarese con un twist malizioso, i fornelli a forma di testa di anatra, i “becchi” sotto il fornello, la nomenclatura dei bocchini e dei gradi di qualità, tutto pensato per divertirsi e divertire. La più grande dimostrazione di questo carattere giocoso è la firma sulla pipa: non una punzonatura o un’incisione, ma la testa tridimensionale di un’anatra che esce materialmente dal bocchino. Nel mondo della pipa non esiste altro esempio simile. È la piena espressione della volontà di Massimo di stupire, differenziarsi e soprattutto divertire.
Massimo ci ha lasciati pochi giorni fa, una perdita incolmabile nel mondo della Pipa, ma L’Anatra continua a volare con umorismo nobile.
Una pipa si spezza, una pipa si accende.

