Gino Cervi: il Commissario, il Sindaco e la Pipa. Una passione nata per copione
di Pasquale Amoruso
Dopo aver parlato di Foà, qualche settimana fa, in un ritratto dell’attore con la pipa, ebbene, possiamo non parlare di un altro mostro sacro della recitazione e della pipa in Italia, come Gino Cervi? Forse più di Foà, Cervi è diventato negli anni una vera e propria figura di culto per noi pipatori, amato trasversalmente tra gli appassionati della pipa e divenuto iconico, come Pertini o Bearzot.
Classe 1901, bolognese, Cervi era di temperamento sanguigno e, come tale, facile all’ira ma anche a enormi gesti di generosità. Un uomo metodico, ordinato, abitudinario e casalingo, amante della buona tavola, della pesca e gran fumatore di pipa. Conservava una sottile ironia nella vita quotidiana, burbero ma con un cuore buono e un’intuizione profonda per l’umano, lontana dall’essere un “uomo di mondo”.
Noto per il personaggio di Peppone, nella serie di film di Don Camillo, in cui impersonava, appunto, Giuseppe Bottazzi, il sindaco comunista di Brescello, era in realtà un fervente anticomunista. Anzi, sebbene la sua fede politica sia stato tutt’altro che monolitica, ma piuttosto un percorso complesso che spaziò dal fascismo giovanile a posizioni liberali e anticomuniste in età matura, restò per tutta la vita tendenzialmente di destra.
Da ragazzo, subito dopo il servizio di leva, negli anni ’20 aderì al fascismo, partecipando alle azioni squadriste padane contro i “bolscevichi” e probabilmente alla Marcia su Roma (anche se il figlio Tonino lo nega). Tuttavia, con gli anni divenne critico verso il fascismo squadrista, fino a entrare in clandestinità per non collaborare col regime nazista.
Dopo l’8 settembre del ’43 i nazisti presero Roma. Cervi era ormai un attore affermato e apprezzato quando un ufficiale nazista nella Capitale riportò a Gino “l’invito” di Goebels a trasferirsi a Berlino dove, a detta del ministro per la propaganda, avrebbe goduto di numerose possibilità di lavoro. Cervi rifiutò la proposta, ormai le sue posizioni filofasciste giovanili erano lontane e la sua casa di Roma era spesso frequentata da intellettuali antifascisti. La polizia politica lo sapeva e lo teneva d’occhio. Venne avvisato dal vicequestore Cerruti che era imminente la sua deportazione da parte dei tedeschi, a quel punto, l’attore si diede alla macchia, facendo perdere le proprie tracce, e vi rimase fino al ’45, dopo la liberazione dal nazifascismo.
Se il suo ruolo preferito fu quello del comunista Peppone, come spesso ebbe modo di dire in varie interviste, noi appassionati di pipa lo ricordiamo per la sua interpretazione del commissario Maigret, nello sceneggiato Rai degli anni ’60, tratto dai romanzi di Simenon. Proprio a questo ruolo, si lega la passione di Cervi per la Pipa. Prima di intraprendere quest’opera, infatti, Gino fumava solo sigarette. Mario Landi, regista della serie, gli propose ruolo e quando seppe che avrebbe dovuto fumare la Pipa, Cervi fu sul punto di rifiutare. Dubbioso, lesse i libri, studiò il personaggio e scoprì che gli stava: “comodo come un vecchio cappotto” (anche se forse un po’ stretto, secondo alcuni suoi amici). Dunque decise di imparare a fumare la Pipa, prese lezioni in un corso per fumatori di Pipa organizzato da un negozio di articoli per fumatori di Piazza Euclide a Roma, nel quartiere Parioli, e da lì non la lasciò mai più.
«Interpretare il personaggio del commissario di Simenon mi piace anche per questo – dichiarò in un’intervista del’65 a Giorgio Colarossi – Pensate, lavorando, non solo posso, ma addirittura devo fumare la pipa. Come dire a un delfino che, per fare bene il suo ruolo, è tenuto a mangiarsi pesci saporiti! […] Io vado sul set, pronto e truccato, so la parte a memoria, ascolto le ultime raccomandazioni del regista, attendo il ciak e poi… accendo la pipa. Gli amici fumatori, poi, mi “vedono” soltanto fumare: ma quanti sanno le delizie che gli aromatici ”composti” che io preparo sanno darmi, anche nei momenti di maggior impegno, durante la lavorazione?».
Ed effettivamente, nel ruolo del commissario, Cervi si calava profondamente: come la pipa aiutava Maigret a ragionare e risolvere i casi, così aiutava Gino a recitare le battute. Checché ne dicesse lui, la sua memoria era terribile, sul set non ricordava quasi mai il copione e le battute erano scritte ovunque, su gobbi, su biglietti, su oggetti di scena: le pause drammatiche in cui con gesti misurati caricava la pipa o tirava piene boccate, in realtà gli servivano per leggere le battute.
Non altrettanto, però, riusciva a calarsi nei gusti del commissario: se Maigret, infatti, come descrive il suo autore, fumava il tabacco Gris, o comunque tabacchi naturali belli tosti, Cervi preferiva fumate più leggere e aromatiche, tant’è che in una scena, Gino, nei panni del commissario, chiede a una tabaccaia di procurargli del tabacco dolce. Lì, commentò Simenon, Cervi aveva avuto la meglio su Maigret.
Oltre alla Pipa, Cervi è legato anche al Pipa Club Italia, Gino, infatti, è stato il primo Presidente Onorario del Pipa Club Italia, allora Club della Pipa, eletto dall’assemblea presieduta da Cesare Lo Nardo, nel 1965 e rimasto in carica fino al ’74, anno della sua morte. Nell’archivio del Pipa Club Italia è custodita una vera perla, la tessera di socio di Dino Buzzati firmata dal presidente Gino Cervi.
Insomma, Gino Cervi: un uomo pieno di contraddizioni e dalle forti passioni, burbero e generoso, professionista impeccabile che cercava nella pipa un rifugio o un aiuto nei momenti di cedimento. Ditemi voi se questo non è il perfetto esempio di un appassionato di Pipa.

