La culla del mondo: come l’Italia della Pipa ispirò la nascita del CIPC
di Pasquale Amoruso
Esistono singoli momenti capaci di cambiare il corso di una vita, della Storia e persino di una passione. Per l’associazionismo internazionale dei fumatori di pipa, quel momento fu una sosta fortuita e avvenne nell’estate del 1965 in Via Orefici 2, a Milano, tra il Duomo e una vetrina storica.
Pierre-G. Müller, gioielliere ginevrino, sta tornando a casa, in Svizzera, dopo una vacanza in Toscana. Di passaggio a Milano, potrebbe tirare dritto per il Ticino, e invece no, decide di fermarsi da Savinelli. Lì, tra pipe esposte tutte strette l’una all’altra e i consigli specialistici Remo Salami, Müller viene folgorato. Non solo dagli oggetti, ma da un’idea.
L’Italia degli anni ’60 rappresenta un’avanguardia assoluta nel mondo della Pipa e questo fermento agita Pierre. Si abbona alla rivista “Il Club della Pipa”, che all’epoca era il vero cuore pulsante del Pipa Club Italia (allora Club della Pipa), un’organizzazione che già raccoglieva sotto il suo tetto ben 36 club regionali.
Noi pipatori sappiamo quanto sia contagioso l’entusiasmo: nel maggio del 1966 Müller è già iscritto al “Club della Pipa Savinelli” di Milano e, pochi mesi dopo, partecipa ad Arona al 1° Convegno Nazionale. Immaginatevelo lì: un ginevrino poliglotta, cresciuto in Ticino, che mastica tedesco, francese, inglese e italiano, che porta una ventata di internazionalità in un evento che, fino a quel momento, parlava quasi solo i dialetti della penisola.
L’Italia, per Müller, diventa una vera e propria “scuola di metodo”. Partecipa ai campionati di lento fumo a Varese, a Rimini, e di nuovo ad Arona nel 1969. È in questi momenti, tra una boccata di fumo e un brindisi, che matura la consapevolezza: perché non replicare questo modello di socialità e cultura anche fuori dai confini italiani?
Detto, fatto. Nel 1970, Müller raduna quattro amici – Jaquinet, Pelot, Larpin e Oberson – e fonda il Pipe Club Svizzero (PCS). Ma la vera magia accade l’11 aprile 1970, ancora una volta sulle sponde del Lago Maggiore, ad Arona. Lì, in un incontro che sa di storia, Müller si siede al tavolo con il francese André-Paul Bastien e l’italiano Umberto Montefameglio. Nasce il Comité International des Pipe-Clubs Européens (C.I.P.C.E.).
L’Italia non presta solo la scenografia, ma fornisce l’anima regolamentare. È ad Arona, nel 1971, che vengono blindate le regole per le gare: niente più specchietti, niente più forbicine, e l’introduzione è canonizzazione del pigino standard da 10 mm (suggerito proprio dalla Svizzera di Müller). Nel 1972, con l’ingresso del Giappone dell’amico Barnabas Suzuki, l’organizzazione perde la “E” di Européens per diventare il CIPC che conosciamo oggi.
Il ruolo dell’Italia, e del Pipa Club Italia in particolare, è stato dunque quello di “grande incubatore”. Müller ha preso quel seme di socialità nata in via Orefici e lo ha piantato nel resto del mondo. L’obiettivo? Lo stesso di allora: offrire ai membri scambi cordiali e insegnare ai neofiti che fumare la pipa è un atto di resistenza sorridente contro la frenesia del mondo.
Insomma, Pierre-G. Müller è stato l’orafo che ha saputo incastonare l’esperienza associativa italiana in una montatura internazionale. Se oggi, da Madrid a Tokyo, ci ritroviamo a gareggiare con lo stesso pigino e la stessa passione, lo dobbiamo a quella deviazione milanese del 1965. Una sosta che ci ha insegnato che, di fronte alla vita, noi fumatori adottiamo una filosofia calma. Quasi Zen.

